RIFLESSIONI SUL PRESENTE E SUL FUTURO DELL’EDUCAZIONE

Qual è il futuro dell’educazione?

Questo è probabilmente il momento migliore per chiederselo. Come educatrice e formatrice conosco molti genitori, insegnanti ed educatori che sono semplicemente interessati al ritorno: tornare a scuola, tornare alla normalità. Mi chiedo però se la normalità che avevamo prima della pandemia sia ancora quella che vogliamo ora. Non eravamo contenti della scuola, delle sue problematiche, e non a causa della pandemia. Forse quello che vogliamo è solo tornare indietro, a prima del disastro, ma non sono certa che la nostra ricerca verta semplicemente su questo. 

Durante la pandemia ho avuto l’occasione di parlare e connettermi con tantissime persone, di tenere e partecipare a più formazioni, di interagire con un numero di realtà che non avrei mai immaginato. Il tutto sostanzialmente senza uscire di casa, per oltre dodici mesi, con qualche breve pausa dall’isolamento. In tutto questo tempo sono stata fortuna: ho avuto la mia casa, il mio giardino: solo di rado ho visitato il centro città ed esclusivamente per questioni di prima necessità e, nonostante ciò, sono stata incredibilmente connessa, non solo con persone del mio paese. E’ stato affascinante vedere il modo in cui così tante persone hanno trovato il modo di aggregarsi per interessi di diverso genere, formativi, culturali, di pura socializzazione. Alcuni erano abituati a farlo già prima del 2020, anche se in generale si può dire che la vera “forzatura” ad essere online sia arrivata per tutti, chi più e chi meno, nello stesso periodo. Guardando a quanto è accaduto in Italia nell’ultimo anno, possiamo dire che, se non fosse stato per i vari lockdown, saremmo stati più che devastati dal numero di morti a causa del Covid-19. L’Italia è sicuramente uno dei paesi che più ha faticato ad affrontare tutto questo.

Tra gli eventi più significativi che ci hanno segnato rientra sicuramente la chiusura totale e parziale delle scuole. Dai dati UNICEF più recenti dal 17 Febbraio 2020 al 23 Aprile 2021 le scuole italiane sono rimaste chiuse 35 settimane. E’ stata, ed è, una situazione durevole, che ha inciso su circa 10.876.792 studenti e su circa 836.496 insegnanti (che è il numero di posti istituiti per l’anno scolastico 2020/2021 dal nostro Ministero) su tutto il territorio nazionale.  In ambito educativo stiamo cercando di convincere le scuole che usare la tecnologia è una buona idea, anche se il successo non esemplare di questa pratica si evidenzia da diversi anni per disparate ragioni. Nell’insieme si può dire che molti insegnanti usino la tecnologia, nonostante siano ancora cristallizzati nel loro metodo d’insegnamento: un powerpoint, un video, un file condiviso… ma non sono ancora interamente focalizzati sul tema tecnologico. Tuttavia, quasi dall’oggi al domani, senza troppe opere di convincimento e senza incentivi, abbiamo visto una trasformazione dei docenti in “insegnanti da remoto”; e non è stato facile, ma è successo. Il cambiamento è avvenuto. 

In relazione a ciò, la prima riflessione che vorrei esporre è questa: le scuole possono cambiare in qualcosa che non si lega all’istruzione tradizionale; gli insegnanti a loro volta possono cambiare, rapidamente, allontanandosi dai loro metodi abituali; gli studenti possono cambiare e tramutarsi anch’essi in “studenti da remoto”; i genitori possono cambiare, portando il lavoro a casa e trascorrendo più del doppio del tempo insieme ai propri figli; tutti siamo un po’ cambiati durante l’ultimo anno. La possibilità di cambiare, dunque, esiste. Solo il sistema educativo, nell’arco degli ultimi 100 anni, non ha subito grandi cambiamenti. E nemmeno le classi, al contrario delle camerette dei nostri studenti.

Cosa ci dice questo? Cosa implica questo per l’apprendimento e l’insegnamento?

Molte scuole stanno soltanto replicando online ciò che accade nelle classi fisiche, scoprendo nel corso dei mesi che questa soluzione non è efficace.

Avere degli studenti connessi e allo stesso tempo dispersi, non raccolti nella stessa aula, cosa comporta? Hanno lo stesso modo di “essere connessi” di noi adulti?

In quanto adulti probabilmente siamo capaci di connetterci tra noi ovunque e in molteplici circostanze; forse questo isolamento forzato ci ha resi paradossalmente più connessi.

Ma ci stiamo curando della qualità della connessione degli studenti? Stiamo nutrendo ancora le relazioni tra noi e loro in questa distanza? Anche se siamo online, siamo davvero connessi? Gli insegnanti e gli studenti stanno traendo qualche giovamento dal modello educativo della Dad? Stanno sviluppando competenze globali per portare quello che offre la connessione, il mondo, nelle classi? Gli insegnanti stanno davvero aiutando gli studenti a comunicare verso l’esterno, a connettersi e parlare con il mondo, con le persone di tutto il mondo? Perchè non sfruttiamo gli ampi progetti internazionali sull’intercultura, pensati su scala globale, cosicché gli studenti possano studiare, oltre alla pandemia, anche la politica, la scienza, conoscere la cooperazione sfruttando le possibilità offerte dai mondi digitali?

Non si tratta soltanto di approfondire cos’è un virus, cos’è un vaccino: c’è un mondo intero da conoscere e studiare, come progetto globale attraverso il digitale.

Ma lo stiamo sfruttando? Stiamo rigenerando, rivoluzionando le nostre classi o siamo ancorati all’ottica tradizionale secondo cui un insegnante deve impartire una lezione, trasmettere contenuti, allenare e addestrare i suoi studenti?

La Dad è un modello che stiamo offrendo senza capire profondamente se ne stiamo traendo vantaggio, perchè non c’è il tempo di pensarla: non appena possibile si torna in presenza e la progettazione della didattica per mezzo del digitale viene abbandonata, come accade in molte scuole. L’Italia, nei momenti intermittenti di ritorno in presenza, ha costantemente abbandonato tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un eccessivo dispendio di tempo ed energia per creare un Dad consapevole, di senso. Molti insegnanti italiani hanno fatto quello che dovevano fare, a scuola, e impiegato i mezzi tecnologici se strettamente necessario, nell’ambito della Dad, per poi mettere di nuovo un fermo all’affacciarsi della possibilità di un ritorno in presenza. Vorrei però riflettere sul fatto che valga davvero la pena, fermare tutto questo. Io non sono di questo avviso.
Esistono molti insegnanti che desiderano cavalcare l’onda, che vogliono davvero instaurare un dialogo con la tecnologia e che l’apprendimento avvenga anche al di fuori della classe, a volte persino al di fuori della scuola, oltre a desiderare che gli apprendimenti abbiano una dimensione e una valenza globale.

Come si può allargare questo desiderio di cambiamento? E come possiamo agevolare gli insegnanti con più resistenze ad affidarsi e a modificare questo aspetto di sé?

Pensando al desiderio di tornare a scuola, ho in me la viva speranza che in realtà gli insegnanti non stiano pensando anche al ritorno allo stesso modello educativo. Torneremo nelle stesse scuole, ma auspicabilmente non alla stessa educazione. Abbiamo bisogno di qualcosa che sia profondamente differente, che accolga nuove modalità improntate sì all’apprendimento socio-emotivo su scala globale, ma per mezzo dell’esperienza e delle differenze portate da ognuno, studenti e insegnanti compresi. Volendo creare una visione d’insieme dei fatti, da un punto di vista olistico, anche questo tipo di approccio socio-emotivo presenta alcune barriere, presenti anche in situazione pre-pandemica, soprattutto rispetto agli standard socio-emotivi ai quali chiede di riferirsi, tuttavia penso possa rappresentare il solvente all’interno del quale disciogliere, combinati assieme, il benessere socio-emotivo, il benessere psicologico, il benessere accademico, con l’unico fine di perseguire il bene della collettività. 

Com’è possibile ripensare l’educazione in questi termini? Come può l’educazione  sopravvivere alla pandemia e ai tagli ai fondi per la scuola e la formazione?

TO BE CONTINUED…

Nell'immagine: un fotogramma tratto dal videoclip "È colpa mia" de Il Teatro Degli Orrori.

2 Comments »

  1. Illuminanti riflessioni su uno scenario scolastico in bilico…
    La nostra scuola è cambiata dopo questo anno immerso in DaD e DDI?
    Gli insegnanti, che nello spirito di resilienza, passione, motivazione e determinaziine hanno riinventato completamente il loro approccio metodologico e strumentale , acquisendo competenze digitali e di comunicazione sempre più efficace con l’utenza, nel momento in cui si rientrerà a scuola normalmente…riutilizzeranno no tutto ciò che hanno imparato e metabolizzato tecnicamente, trasversalmente e operativamente… nelle loro future attività didattiche…o ritorneranno ai tradizionali e classici modelli prepandemia?
    Un bilico che oscilla…ma che potrebbe portare ad un radicale cambiamento della scuola: una SCUOLA
    APERTA, GLOBALIZZATAA,
    MULTITASKING, SOSTENIBILE, INTERCONNESSA, DIGITALE E RIVOLTA ALLA CONTINUA FORMAZIONE ! UNA SCUOLA RINNOVATA, RIGENERATA, CHE FARÀ TESORO DELLE FORTI ESPERIENZE VISSUTE PER DIVENTARE SEMPRE PIÙ ALLINEATA AD UNA SOCIETÀ SEMPRE PIÙ IN CAMBIAMENTO! UNA SCUOLA DI QUALITÀ!

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