RIFLESSIONI SUL PRESENTE E SUL FUTURO DELL’EDUCAZIONE

Mettere al centro della scuola il benessere socio-emotivo, il benessere psicologico, il benessere accademico, con l’unico fine di perseguire il bene della collettività. 

Com’è possibile ripensare l’educazione in questi termini? Come può l’educazione  sopravvivere alla pandemia e ai tagli ai fondi per la scuola e la formazione?

Si potrebbe cominciare dall’interno, iniziando a concepire davvero gli studenti come co-proprietari dell’apprendimento (Zhao, 2021). Il movimento che incoraggia a concepire gli studenti come partner dell’apprendimento e proprietari delle loro conoscenze risale in effetti a diversi anni fa, nonostante si possa considerare un approccio relativamente recente. 

Quali problemi affliggono la scuola allontanandola da una co-proprietà che sembra così fondamentale? Quali difficoltà gestionali e emotive separano i nostri modelli educativi da una tale visione dell’insegnamento e dell’apprendimento? 

Parafrasando l’ironia dello studioso e ricercatore Yong Zhao “nella scuola tradizionale sono i bambini il più grande problema”: senza bambini l’educazione sarebbe più scorrevole. In effetti gli studenti per le scuole sono un problema per due ragioni: la prima è che sono tutti diversi, il che è fonte della maggior parte delle problematiche nell’ambiente scolastico. Hanno diverso potenziale, diverse intelligenze, diversi tratti socio-emotivi e tutto questo interagisce con l’esperienza fatta in famiglia, nella comunità, all’interno della cultura di appartenenza, nella scuola. Gli studenti hanno diversi punti di forza e diverse debolezze: alcuni vanno fortissimo nel lavoro socio-emotivo e altri no, alcuni leggono piuttosto bene e altri no. Nonostante ciò, la scuola vuole che i bambini siano tutti uguali, per mezzo di un programma statale fantasma che ha anche l’ambizione di descrivere, all’interno dei diversi curricola, il profilo degli studenti: quando arrivano in prima media, dovrebbero saper fare le tali cose; quando si diplomano, dovrebbero essere in quel modo. Dovrebbero conoscere i tali argomenti di storia, di matematica, di letteratura, di biologia. In alcuni casi possiamo avere anche delle descrizioni socio-emotive, tracciati riduttivi, che riguardano soltanto una minima parte di un individuo.  Vogliamo che gli studenti siano tutti uguali. Entrano nel mondo della scuola tutti diversi e l’ambizione è quella di farli uscire tutti uguali. Al di là delle considerazioni politiche, è anche utile pensare a quanto sia faticoso coltivare questa ambizione. Rincorrere un’uguaglianza che non ha carattere arbitrario e che rispecchia essenzialmente quanto il sistema propone per noi educatori, e per gli studenti ai quali stiamo dicendo “se passi gli esami di stato, sarai come tutti gli altri e avrai successo nel futuro”. Purtroppo, tutti noi sappiamo che questa è una grande bugia mascherata dall’espressione “preparazione al mondo del lavoro”.

Ma è davvero possibile l’istituzione di una tale omologazione?

Soltanto in Italia sono 97 gli atenei accreditati in tutto, di cui 67 sono università statali legalmente riconosciute, 19 sono università non statali legalmente riconosciute e 11 sono università non statali telematiche legalmente riconosciute (conteggio MIUR al 2021), senza contare realtà formative di carattere universitario nascenti e si tempo proto-indipendente. Ognuna di queste università offre innumerevoli percorsi di laurea differenti tra i quali gli studenti possono scegliere, per creare potenzialmente il proprio mondo particolare di autonomia e conoscenze; tuttavia, per accedere ad ognuna occorrono dei prerequisiti specifici, che sia anche il diploma relativo all’esame di stato. Ogni università può richiedere diversi prerequisiti più o meno raggiungibili e mostra differenti esigenze. Tutto questo per dire che in realtà, data la varietà di atenei e di corsi universitari, è impossibile pensare che un’omologazione degli studenti sia praticabile e funzionale. Possiamo considerarla una bugia utile a metterci il cuore in pace. 

Quali possono essere gli inconvenienti di questa auspicata uguaglianza tra gli studenti?

Uno fra tutti è il rischio di esclusione: essere uguali agli altri può portare a ricercare un confronto su ciò che misurabile in termini di punteggio, per esempio. Così le graduatorie scolastiche e universitarie applicano un sistema che, per includere alcuni, esclude altri, imputando agli studenti meriti e demeriti dell’iter di selezione. Questo meccanismo è destinato a produrre “perdenti”, poiché perché uno studente risulti idoneo il restante 99% deve restare invece al di sotto della sua posizione, deve essere peggio di lui. Non è un sistema che fa emergere la volontà di una possibile riuscita per tutti: piuttosto, tende ad allineare. A causa di queste abitudini strutturali, sistemiche, vissute da tutti noi, siamo impreparati a trattare con la diversità. 

Nelle scuole gli studenti vengono divisi tra talentuosi e bisognosi e per farlo abbiamo soluzioni prefabbricate al fine di omologare i due gruppi. Potremmo cominciare ad accrescere la nostra consapevolezza in direzione opposta, invece, valutando che questo è un grave errore, poiché ciò che rende una persona un individuo di successo, con un futuro prospero, è la diversità, l’unicità.  L’unicità di ogni studente è lo strumento preferenziale per permettergli di riconoscere le proprie debolezze e le peculiarità che gli consentono di spiccare in ciò che preferisce: quello che permette ad uno studente di mostrare i suoi punti di forza è l’attività che desidera e che preferisce, la stessa che può mostrargli il grande lavoro svolto per fare qualcosa di utile della sua unicità e della sua diversità. L’unicità permette di esplicitare in modo originale la creatività e l’intraprendenza in taluni campi, consentendo così di distinguersi, costruire la propria identità, riconoscersi tra gli altri. L’unicità di ogni studente può mostrargli la via per accedere ad un’ampia rosa di possibilità, soprattutto in questa fase storica segnata da una pandemia globale che ha ricreato un nuovo spazio di lavoro, permettendoci di fare tutto da casa. La seconda ragione per la quale i bambini, gli studenti, sono ironicamente il vero problema della scuola è che sono vivi, vitali, e questa è un’altra immensa sfida per l’ambiente scolastico. Guardando ai curricula scolastici possiamo notare che, ancora oggi, prevediamo che gli studenti imparino una definita quantità di informazioni ogni anno della scuola dell’obbligo: tutti si aspettano che quella quantità predefinita di informazioni sia di loro dominio entro l’anno scolastico predefinito. Per trattare il tema della vitalità, vorrei accedere a voi, a chi leggerà, usando una metafora che amo molto: avete mai provato a lanciare verso il cielo un uccellino? Se lanciate un uccellino morto, potrete prevedere esattamente quanto potrà andare lontano e quando l’uccello raggiungerà quel punto preciso; se lanciate un uccellino vivo, otterrete un esito differente. Un uccellino vivo non seguirà mai il vostro passo, le vostre aspettative, allo stesso modo di un uccellino morto. Gli studenti, quelle persone a cui vogliamo bene, sono vivi, pensano, agiscono, hanno forse e debolezze, hanno passioni, e tutti questi fattori influenzano il loro modo di reagire all’apprendimento e all’insegnamento. Di conseguenza, influenzano anche noi adulti di riferimento, insegnanti e educatori. Vogliamo assicurarci che gli studenti siano co-proprietari dell’apprendimento insieme agli insegnanti? Allora, come insegnanti ed educatori in questa società liquida e globalizzata, dobbiamo ricordare che non siamo tenuti ad insegnare tutto: ciò di cui dobbiamo preoccuparci maggiormente è fare in modo che tutti gli studenti si sentano interessati a comprendere e cambiare ciò che studiano. 

Questa è la mia visione dell’educazione e di come potrebbe cambiare in funzione del bene collettivo, ascoltando le voci e i silenzi degli studenti attraverso lo schermo.

Che gli insegnanti tengano le orecchie aperte oppure no, i cambiamenti avvengono in ogni caso: non vale allora la pena di stare ad ascoltare?

La pandemia ha mostrato che, di fronte alla Dad, le famiglie agiscono perché i figli crescano e affrontino le nuove situazioni a proprio modo, decidendo di coinvolgere anche terze parti per agevolarli in questo compito: questo è sicuramente un passo verso un’educazione allargata, comunitaria, di responsabilità pubblica. Non sappiamo come andrà a finire, ma sappiamo che tutto questo sta già succedendo. Vediamo genitori e studenti connettersi tra città, province, regioni: stanno realmente lavorando su qualcosa che incontra i loro bisogni, che li aiuta a sviluppare la loro unicità, in modo originale. 

Come insegnanti ed educatori come possiamo reagire a questo fatto?

Possiamo senz’altro iniziare a riconoscere che gli studenti meritano di vedere rispettato il loro diritto all’autodeterminazione, poiché si tratta di un diritto umano riconosciuto anche dal nostro ordinamento (oltre che da quello internazionale), che la maggior parte delle volte gli studenti a scuola perdono. Non sono mai loro a decidere cosa si fa, nella scuola tradizionale, lo decidiamo noi adulti e non li invitiamo mai a decidere insieme a noi. Decidiamo noi il curriculum, i corsi, e glieli proponiamo già pronti, come pacchetti tra i quali scegliere.

Non dovremmo invece chiedere più spesso la loro opinione?

Sappiamo che la maggior parte delle volte questo non accade e, spesso, non importa. Tuttavia, gli studenti dovrebbero veder riconosciuto l’inalienabile diritto all’autodeterminazione, come tutti gli esseri umani. In questo senso dobbiamo riconoscere anche che gli studenti sono proprietari dell’apprendimento tanto quanto noi e, se glielo concederemo, saranno loro a venire da noi, a quel punto. Sarà l’effetto del sentirsi supportati. Il vero bisogno di motivarli allora probabilmente non esisterà più, poiché gli studenti si riapproprieranno della vera natura di esseri umani nati per imparare. 

TO BE CONTINUED…

Nell'immagine: un fotogramma tratto dal film "Birdman", diretto da Alejandro González Iñárritu, 2014.

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