RIFLESSIONI SUL PRESENTE E SUL FUTURO DELL’EDUCAZIONE

La chiave per accedere all’umanità sta nella creatività, che è anche a fondamento di tutti gli apprendimenti. Da quando nasciamo cerchiamo la nostra dimensione, barcamenandoci tra i compiti educativi e le richieste ambientali, combattiamo per la nostra autodeterminazione e impariamo attraverso le sfide e l’incertezza, ciò che è sconosciuto. I bambini, gli studenti, hanno pieno diritto di attraversare questi passaggi, ma nella scuola viene insegnato che non devono farlo e che devono invece far sempre riferimento agli adulti, agli insegnanti: questo probabilmente è uno dei motivi per cui la scuola si è allontanata dal concetto di impegno, ai limiti dei suoi antipodi.

Gli studenti, che siano bambini o adolescenti, non fanno molto perché sono occupati a risolvere grandi problemi esistenziali, cercando di memorizzarne le soluzioni, e per loro non c’è nulla di più nuovo e più interessante: per questo motivo per loro è semplice allontanarsi dagli impegni e soltanto quelli che hanno di per sé una solida etica del lavoro, seguono gli insegnanti, che sono coloro i quali possono accompagnarli a coltivare questo aspetto di sé, senza aspettarsi che già lo possiedano una volta entrati dalla porta della classe. 

Gli insegnanti hanno il dovere di supportare e promuovere il diritto all’autodeterminazione degli studenti.
Ma come possono agevolarli in questo processo costruttivo?


Un primo passo potrebbe essere quello di allontanarsi dall’istruzione tradizionale e dalle lezioni frontali: innumerevoli ricercatori si stanno occupando di hybrid learning, blended learning, online learning, per gli italofoni più comunemente Dad e di quante possibilità l’uso della tecnologia offra all’apprendimento e all’insegnamento, anche in termini di materiali fruibili e ben fatti. Questo per dire che c’è di più al di fuori delle aule, delle stesse scuole, se si vuole trovare o imparare qualcosa di nuovo… e gli studenti, in gran parte, hanno questa consapevolezza più di quanta invece ne emerga tra i loro insegnanti ed educatori. Probabilmente anche i pranzi di Natale sono migliorati con l’avvento di Youtube, che ci ha permesso di scoprire qualche segreto sulle ricette delle nostre nonne per diventare paradossalmente più innovativi in cucina. 

Possiamo imparare molto sugli studenti, allontanandoci un poco dalla macchina dell’istruzione che continuiamo a rifornire e che abita nelle classi. Possiamo decidere di non insegnare più in quel modo che conoscevamo, proprio ora che si è affacciata con grande prepotenza la possibilità di farlo. Possiamo desiderare che gli studenti facciano con noi, lavorino con noi, curando le relazioni che abbiamo costruito come le più preziose risorse. Gli insegnanti sono molto più che addestratori: possono comprendere gli studenti, avvicinarsi con umanità, perché ogni educatore è ben lontano dall’essere uno strumento meccanico atto ad istruire. Gli insegnanti hanno bisogno di costruire relazioni profonde con i singoli studenti e con le classi, ed è un bisogno reciproco, richiedendo meno esercitazioni di massa e recuperando il contatto individuale, lavorando anche in piccolo gruppo. Gli insegnanti possono ripensarsi e rifocalizzassi nel ruolo di educatori per la vita, di facilitatori per lo sviluppo dei progetti personali dei loro studenti, conoscendoli più da vicino: ogni studente ha bisogno di trovare qualcosa che davvero rispecchia le sue passioni e di conoscere i suoi insegnanti e i suoi educatori, al di fuori di sentirsi inserito in un progetto che funziona rispetto al suo profilo personale. 

Il prossimo futuro dell’educazione, nella mia visione, si rivolge alla connessione globale. Oggi, con la pandemia, gli insegnanti stanno mettendo gli studenti su un palco globale e hanno quindi il dovere di coinvolgerli, di metterli in collegamento con ciò che accade in tutto quello spazio, di curare tutte quelle competenze onnicomprensive che hanno subito una grave impennata verso il basso. Nel momento che stiamo vivendo i viaggi, le gite, le visite al museo, i viaggi studio, gli interscambi culturali studenteschi sono proibiti: abbiamo perso tutto questo e, oltre ad averlo perso, la scuola non ne parla nemmeno più, come se non ne valesse la pena.

Perché non continuare a muoversi laddove, invece, molto è permesso? Perché non appropriarsi completamente di questi aspetti vantaggiosi della tecnologia?

Nonostante possa sembrare pratico, agevole, non trattare questo tipo di argomento al fine di alleggerire il carico di lavoro ad opera degli insegnanti, tutto ciò è molto pericoloso e preclude agli studenti il coinvolgimento globale che invece avrebbe garantito. 

Questo è un momento oscuro per l’educazione, un momento che deriva da un passato in cui non venivano affrontate, nelle nostre scuole, queste questioni umane. Per molti versi questa situazione ha contribuito a rendere ancora più caotiche le comunicazioni, anche dal punto di vista internazionale: stiamo assistendo ad un “riaggiustamento” della globalizzazione. La tecnologia si muove troppo in fretta, creando iniquità massive, e l’educazione non ha saputo stare al passo. Alcuni anni fa erano già evidenti i rischi nel rapporto tra la tecnologia e l’educazione: quando la tecnologia corre, crea nuovi posti di lavoro, nuove possibilità, ma la media delle persone non è educata a trarre i vantaggi da questa situazione ed emergono così enormi disuguaglianze che portano le persone a scontrarsi, letteralmente a combattere. Guardando a quanto è accaduto, non si può dire che sia successo il contrario: xenofobia, posizioni razziali, movimenti anti-migratori rafforzati. Questo è quanto accade se l’educazione si concentra sul potere economico, su quanto un individuo può avere successo, senza dedicarsi a trattare gli studenti come esseri umani membri della comunità umana allargata, globale. È come se l’educazione sentisse di non avere nulla a che fare con questo; tuttavia, la globalizzazione non è morta e, anzi, è viva e si sta riconfigurando nel corso degli anni. 

Cosa succederà, dunque?

Non è dato a sapersi. Ciò di cui possiamo essere certi, come insegnanti e come educatori, è che tutte queste questioni verranno affrontate da studenti provenienti dalle nostre scuole. Quindi ora, più che mai, ogni scuola dovrebbe sentire l’impulso di lavorare sodo per assicurarsi che i propri studenti siano connessi globalmente, che conoscano loro stessi, i loro insegnanti e il mondo. In questo la Dad, la tecnologia, la rete, sono sicuramente compagni preferenziali. Attraverso un computer gli studenti potrebbero collaborare con loro colleghi distribuiti in ogni parte del mondo.

Perché non cogliere l’opportunità e farlo anche nelle nostre scuole?

Questo può avvicinare sia gli studenti che gli insegnanti a sentirsi cittadini del mondo, passando per i principi di cittadinanza digitale e sfruttando quindi anche le conoscenze sul diritto che la scuola generalmente richiede come competenze di base. 

Gli insegnanti, le scuole, non devono preparare gli studenti al futuro, ma devono prepararli a crearlo. 

Penso che questa pandemia sia un grande avvertimento per la collettività e anche un’esperienza che può permetterci di cambiare, cambiare molto in fretta, sapendo che il cambiamento è possibile poiché lo abbiamo visto e vissuto. Penso che nel prossimo futuro l’educazione debba occuparsi più degli studenti e meno del curriculum. Come educatori e insegnanti sforziamoci si vedere gli studenti come esseri umani che crescono nella globalità, esseri umani che stanno creando il futuro per loro stessi e predisponendo contestualmente il nostro ritiro. Possiamo rincorrerli o decidere di iniziare, da ora, a cavalcare al loro fianco. 


FULL STOP.

Nell'immagine: il viso del cantante Kurt Cobain in un fotogramma tratto dal video di "All Apologies", un brano della grunge band Nirvana tratto dall'album "In Utero", registrato al programma MTV UNPLUGGED, 1993. 

Rispondi