VEDERE GLI INSEGNANTI COME MEMBRI DELLA SOCIETÀ DELLA PRESTAZIONE



Siamo tutti performer: tutti perennemente presi dalla morsa della produzione costante di sé

Andrea Colamedici


In questa frase il filosofo Andrea Colamedici condensa il grande malessere sociale che non possiamo più ignorare: uno “stare male” che dipende sicuramente da fattori psicologici individuali, ma anche da fenomeni sociali che ci comprimono, facendoci avvertire un senso di insoddisfazione, come se cercassimo qualcosa che non riusciamo a trovare.

Alla società della performance, quella in cui ci troviamo, si accompagna la società dello spettacolo: siamo passati dall’essere lavoratori all’essere consumatori, per rispondere al bisogno di avere qualcuno che consumasse le merci per lavoro, anche se inconsapevolmente, per poi passare al palcoscenico diffuso, in cui qualcuno produce spettacolo e altri ne fruiscono fino a diventare performer. E quindi sì, siamo tutti performer, intenti all’autocreazione: non abbiamo più un avatar che ci rispecchia, ma siamo noi a rispecchiare il nostro avatar.

Questo dipende dal modo in cui siamo organizzati, da come siamo stimolati ad allestire il nostro tempo, le nostre giornate, costretti a vivere in un tempo in cui la performance ha il ruolo principale: è importante mantenere la propria reputazione, essere presenti, brillanti, attivi, con la paura di essere esclusi, dimenticati, e con la sensazione di essere costantemente osservati dall’esterno, valutati e giudicati.

Ci siamo allenati con il Tamagotchi a diventare padroni e servi di noi stessi.

Byung-Chul Han

Tuttavia, non si tratta soltanto di percezione individuale, poiché questo accade realmente. Ci troviamo nel banopticon, in cui abbiamo il timore costante di essere bannati dagli altri. Ci siamo allenati con il Tamagotchi a diventare padroni e servi di noi stessi. Questa modalità è stata analizzata in modo approfondito dal filosofo Byung-Chul Han e spiegata attraverso l’introiezione della dinamica servo-padrone: se prima il padrone era fuori, oggi è dentro, siamo noi, e siamo i padroni più violenti ed esigenti della storia. La società della performance è quella società nella quale il nostro allenamento con il Tamagotchi si è trasformato in una pratica quotidiana di “privazione del privato”, di trasformazione dello spazio sacro, personale, in spazio pubblico e soprattutto in spazio banalmente e meramente condiviso: non è una condivisione reale, non è riuscire ad entrare insieme all’interno di una comunità di veri valori e senso, ma è piuttosto la trasformazione di momenti quotidiani in momenti di valore apparente.

In questo senso è come se cercassimo sempre di restare in linea, di correre per raggiungere dei traguardi, sentendo nel contempo che c’è qualcosa che non possiamo sperimentare, più in profondità, qualcosa che ha a che fare con la sacralità, con un tempo separato, diverso rispetto al tempo scandito dall’orologio.

La società della performance in questo senso è una società che vincola alla produzione costante di sé, impendendo quella sensazione che Peter Handke definisce come il “vivere di ciò che gli altri ignorano di noi“, lo spazio dell’ignoranza e della stupidità. Percepiamo la nostra vita come un’azienda che deve aumentare il fatturato: vogliamo sempre capire se siamo migliorati, se siamo diventati la parte migliore di noi. Questo provoca un alto livello d’ansia e ci impedisce di capire i nostri reali desideri. Il focus è sul talento, su ciò che sappiamo fare, ma non sulla sensazione che proviamo nel farlo, sulla vocazione.

Tutto questo si traduce in una sensazione di spaesamento vissuta dai contemporanei che sono consapevoli della necessità impellente di trasferire dati, informazioni, ma che bisogna farlo con cura e attenzione, per non perdere il vitale appiglio alla realtà. Nel mondo online si assiste ad un’estremizzazione del mondo reale, di tutto ciò che esiste, e che a causa di condizionamenti non emerge. Uno dei motivi per cui, per esempio, l’odio si riversa tanto online può essere dovuto al fatto che ci sono numerose dinamiche che non comprendiamo riguardo all’incontrarci fisicamente nel mondo: è l’estremizzazione di un problema che esiste e che dobbiamo risolvere, un problema che deriva dal rancore, dall’insoddisfazione, dall’infelicità che tante persone vivono. 

Non è nuovo dire che l’odio nasce dall’ignoranza, dall’incapacità di riconoscere quali sono i propri movimenti interiori: non tanto per intendere l’odio in quanto pulsione, che è una risposta automatica e naturale al mondo, quanto invece per intendere il discorso sull’odio come strumento per incontrare la realtà. L’odio non è di per sé insano, ma lo diventa quando non si trasforma e diventa appunto un modo per conoscere il mondo. Ecco, dunque, che l’insulto può essere letto come una forma primitiva di difesa psichica che si esprime attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui.

La psicoanalisi insegna che l’odio è un sentimento che tutti possiamo provare, ma che è fondamentale riconoscere ed elaborare. L’odio sociale di oggi potrebbe in parte rappresentare un rigurgito rabbioso contro la complessità di un mondo (sociale o privato) che sta andando in una direzione che fa paura o confonde. Per comprendere un mondo così complesso, occorre ridurlo e, per ridurre il mondo, occorre ridurre il sé, ovvero imparare a considerare tutto ciò che mette in discussione la nostra identità. Non possiamo decidere quando essere arrabbiati o quando avere paura; è qualcosa che sentiamo dentro e che siamo tenuti a comprendere per gestirlo e agire di conseguenza, nel rispetto di noi stessi e di chi ci circonda, ad un livello etico. 

L’educazione sentimentale contemporanea ha assolutamente a che fare con un piano etico. Questo tipo di educazione, tuttavia, ad oggi non è fattibile, nemmeno a scuola, che sarebbe il luogo adatto e deputato, perché è un tipo di educazione che ha a che fare con la capacità della persona di riconoscere e verbalizzare tutto quello che sente: i propri desideri, le proprie inclinazioni, i quali distruggono per propria natura gli stereotipi, poiché ci consentono di percepire elementi che non hanno nulla a che fare con l’immagine che si ha di sé o con il modo con cui ci è stato detto che è giusto vivere.

Sicuramente occorre riabituare la nostra identità alla complessità, accompagnarla a destreggiarsi nel caos, poiché nella complessità c’è più vita rispetto a quanta se ne possa trovare nella semplicità: la complessità porta soddisfazione non perché alla fine c’è un premio, ma perché durante il percorso possiamo sperimentare l’intensità, che è la chiave per un’esistenza capace di andare più in profondità, un’esistenza allargata che accoglie la complessità.

In un’epoca in cui le problematiche sociali travolgono, nelle scuole occorre porre l’accento sulla consapevolezza del proprio posto nel mondo educando lo sguardo, soprattutto contando sull’appoggio degli insegnanti. La società della performance ci allontana dal sapere che cos’è un dialogo, inteso come incontro che ha a che fare con l’ascolto, e questo è evidente a causa della numerosità di persone che si sente inascoltata: fra i primi, i bambini e gli adolescenti, che legittimamente non possiedono nemmeno del tutto gli strumenti per raccontare come stanno.

Per immaginare che sia la scuola, che siano gli insegnanti a fornir loro gli strumenti filosofici, logico-razionali e di argomentazione, è importante porre le basi perché questo accada, iniziando col concepire anche i docenti come membri della complessità, della società della prestazione: occorre sì supportare gli studenti e, al contempo, accompagnare gli educatori a creare un terreno di dialogo che stia alla base di un contesto pubblico, al cui centro sta la collettività.

Nel caos è importante privilegiare la persona, molto prima rispetto al ruolo istituzionale che essa può assumere: un’insegnante è prima di tutto un individuo che vive nel presente e che risente o giova, come tutti gli altri, delle circostanze. Dunque, è chiaro che, prima di chiedere agli insegnanti e agli educatori soli di trovare soluzioni, è importante riconoscere il bisogno di praticare, ricreare e rivedere quell’educazione sentimentale di cui sopra e legittimare le emozioni tutte, per stabilire partendo dall’interno quella soddisfazione necessaria e quel riconoscimento di sé che la società della performance ci spinge a celare. Se il dialogo è importante, è vero anche che sono più importanti gli attori che, nel loro contesto, debbono ricreare il bisogno di porre il dialogo al centro della relazione educativa, una necessità che è stata oscurata e dominata da rimedi tecnici, dal ricorso a ricette e prassi che non tengono conto della globalità in cui siamo immersi, una globalità che, dal Marzo 2020, ci ha portati nel vortice di una pandemia globale anche sul piano emotivo.

Riferimenti bibliografici:

  • A. COLAMEDICI & M. GANCITANO, La società della performance. Come uscire dalla caverna, Edizioni Tlon, 2020
  • B. C. HAN, The burnout society, Stanford University Press, 2015
  • P. HANDKE, Alla finestra sulla rupe, di mattina (e altri momenti e luoghi 1982-1987, Garzanti, 2003
  • B. C. HAN, The burnout society, Stanford University Press, 2015
  • http://www.voxdiritti.it/wp-content/uploads/2019/06/190610_VOX-Comunicato-mappa-2019 %5BRetrieved 02/05/2021]
  • L. A. SENECA, La brevità della vita, a cura di C. CARENA, Einaudi, Maggio 2020

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