DALLA MORTALITÀ SCOLASTICA ALLA “SCUOLA CHE CREA MORTI”

Cosa si intende oggi per dispersione scolastica?

Questa domanda presuppone un breve approfondimento sulle modifiche riguardo il metodo di studio di questo fenomeno già considerato a partire dagli anni ’50, quando si parlava di “mortalità scolastica”. Solo negli anni ’80 il termine è stato sostituito con “dispersione scolastica”, che toglie sicuramente drammaticità nella forma e apre alla conoscenza dei diversi aspetti del fenomeno, della sua natura multidimensionale. Infatti, guardando alla letteratura contemporanea, con “dispersione scolastica” si intendono i mancati ingressi al contesto scolastico, l’evasione dall’obbligo scolastico, gli abbandoni scolastici, i proscioglimenti dall’obbligo scolastico senza il conseguimento del titolo di studio, le ripetenze, le frequenze irregolari, i ritardi rispetto all’età regolare di frequentazione, l’assolvimento formale dell’obbligo formativo, la qualità scadente degli esiti del percorso di studio: questa natura multidimensionale del fenomeno ha reso più complesso il delinearsi di un quadro unitario dello stesso, nonostante l’abbondanza di studi e ricerche in merito, oltre alle prassi più o meno diffuse.

I fattori considerati predittivi del rischio di insuccesso formativo sono di natura sia soggettiva (per esempio: maggiore incidenza del sesso maschile, maggiore incidenza di alunni con Bisogni Educativi Speciali, vissuti di disagio tra cui le storie di migrazione, dinamiche che portano all’autoemarginazione e al disadattamento personale, alunni deboli sotto il profilo dell’autodifesa e dell’autostima) che sociale, che considerano il contesto sociale (per esempio: vivere nelle regioni meridionali della nostra penisola e nelle zone urbane degradate, con tassi di insuccesso a partire dalla scuola primaria, scollamento ed emarginazione della realtà sociale extrascolastica, devianza) e il contesto familiare (per esempio: svantaggio socio-linguistico-culturale-economico, basso titolo di studio dei genitori, cultura familiare che considera importante un alto livello culturale, problematiche legate alle biografie familiari nei contesti di separazione e migrazione, collaborazione tra scuola e famiglia).

Prima di affrontare il tema dei fattori di rischio all’interno della scuola, su cui gli insegnanti possono agire più direttamente, è utile presentare un quadro d’insieme. L’ottica con cui viene affrontata oggi la dispersione scolastica è quella ecologico-sistemica: questo significa che, guardando il panorama completo dei fattori di rischio, è possibile notare come il soggetto veda intersecarsi i contesti propri contesti di vita (soggettivo, familiare e sociale), in un’interazione significativa che può contribuire o meno al successo formativo. Allo stesso modo la scuola interagisce a sua volta con la sfera contestuale del soggetto, dando il suo contributo più o meno positivo ai fini del successo formativo. Questa visione può mostrare le interazioni tra le varie dimensioni e permette di comprendere quanto i contesti influiscano in maniera determinante sul fenomeno della dispersione scolastica. Il contesto scolastico ha il vincolo temporale di dover essere considerato nel presente ma anche nel passato, quindi contesto scolastico attuale e vissuto scolastico devono rientrare in una lettura onnicomprensiva. Irregolarità nella carriera scolastica (alle quali possono aver contribuito attività pedagogica e strutture insufficienti), esperienze di abbandono precoce, vissuti di disistima nelle proprie capacità di apprendimento, vissuti emotivo-relazionali negativi legati al contesto classe o alle relazioni con il personale scolastico, lacune significative in specifici ambiti disciplinari: tutti questi elementi possono contribuire al presente formativo di uno studente.

La realtà in cui gli insegnanti operano nel presente scolastico possiede aspetti caratteristici che possono portare ad un incremento della dispersione scolastica, sfavorendo il successo formativo: una rigidità del sistema scolastico rispetto agli interessi e alle esperienze degli studenti (con poca cura per l’emersione dei talenti), un nozionismo che si accompagna ad una infima malleabilità delle materie e della loro organizzazione curricolare, un atteggiamento selettivo, uno stile comunicativo e metodologie didattiche inadeguate e lontane dalle problematiche che stanno a cuore agli studenti, attività di orientamento che risultano insufficienti o inefficaci, modalità di valutazione basate prevalentemente su procedure standardizzate, una scarsa tendenza al transfer delle competenze e al riconoscimento delle competenze apprese al di fuori della scuola, una comunicazione inefficace tra scuola, famiglia e territorio, una stabilità e una continuità quasi assenti nel ruolo dei docenti, una scarsa formazione specifica per gli insegnanti e, ultima ma non meno importante, un’elevata complessità organizzativa degli istituti superiori.

Questi sono soltanto alcuni tra gli aspetti cruciali che ci hanno condotto alla scuola del presente e ad un tasso di dispersione scolastica notevole.  “Permane, invece, la criticità dell’abbandono scolastico precoce, in aumento rispetto al 2016: nel 2018, il 14,5% dei giovani tra 18 e 24 anni non ha conseguito il diploma di scuola superiore di secondo grado e non frequenta corsi di studio o formazione.”. Questo recita la pagina 33 del documento BES a cura di ISTAT, proseguendo in questo modo: “Le variazioni territoriali delle quote di laureati tra i giovani di 30-34 anni e di persone con almeno il diploma di scuola secondaria superiore nella popolazione di 25-64 anni sono consistenti: al Centro-Nord e in Abruzzo, Molise e Basilicata si contano più di 60 diplomati ogni 100 persone, e nelle altre regioni del Mezzogiorno poco più di 50 ogni 100; in Piemonte, Lombardia, provincia autonoma di Trento, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna e Lazio ha un titolo terziario un giovane ogni tre, mentre nelle altre regioni circa uno ogni quattro. Le quote di persone che partecipano alla formazione continua e ad attività̀ culturali, due variabili molto correlate con il titolo di studio, raggiungono livelli elevati nelle regioni settentrionali e centrali, la cui popolazione è comparativamente più istruita che nel Mezzogiorno. Le competenze alfabetiche e numeriche degli studenti che frequentano la seconda classe della scuola superiore di secondo grado, l’uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione e la quota di Neet mostrano lo stesso gradiente regionale. Indicatori più̀ alti della media si rilevano in provincia autonoma di Trento, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia, mentre quelli raggiunti in Sardegna, Sicilia, Calabria, Puglia e Campania sono inferiori alla media nazionale. L’indicatore con variazioni territoriali meno consistenti è quello che misura la partecipazione dei bambini di 4 e 5 anni alla scuola dell’infanzia e, per quelli di 5 anni, alla prima classe della scuola primaria. In Campania, nell’anno scolastico 2017/2018, il 99,3% dei bambini di 4-5 anni hanno frequentato una scuola pre-primaria o primaria; nel Lazio l’88,8%. Anche l’indicatore che quantifica la quota di giovani che approdano all’università dopo la conclusione degli studi secondari superiori varia di poco da una regione all’altra: in Puglia, Campania, Sicilia e Calabria si iscrivono per la prima volta all’università nello stesso anno in cui hanno conseguito il diploma poco meno della metà dei diplomati; all’opposto, nel Molise, in Abruzzo, nelle Marche e in Liguria più del 55%. Nel complesso, la maggior parte degli indicatori delle regioni del Mezzogiorno esprime performance peggiori di quelli delle regioni del Centro-Nord. Unica eccezione il Lazio, che raggiunge il livello più basso di partecipazione al sistema scolastico per i bambini di 4-5 anni. Le province autonome di Bolzano e Trento raggiungono livelli più soddisfacenti per quasi tutte le misure del dominio.”.

Questo spaccato italiano mostra un quadro peggiore rispetto alla media europea, come avviene in modo sistematico da diversi anni. Ciò che preoccupa maggiormente è l’uscita precoce dal sistema d’istruzione e formazione dei giovani di 18-24 anni, il cui tasso del 14,5% fa posizionare l’Italia al quartultimo posto tra i paesi europei. Il nostro paese occupa anche il penultimo posto per quanto concerne il numero di persone tra i 30 e i 40 anni che ha completato un’istruzione terziaria, tra università e altri percorsi equivalenti; anche la percentuale di persone tra i 25 e i 64 senza un diploma è piuttosto significativa e nettamente inferiore alla media europea.

Il documento ISTAT prosegue poi con altre interessanti considerazioni riguardo il numero di bambini che frequentano i servizi dell’infanzia: “L’accesso ai servizi della prima infanzia e alla scuola dell’infanzia ha effetti positivi e di lungo termine sulle abilità cognitive e comportamentali del bambino. Le primissime esperienze dei bambini gettano le basi per ogni forma di apprendimento successivo. La legislazione italiana, più che il sentire comune, riconosce al servizio fornito dall’asilo nido anche finalità formative, essendo rivolto a favorire l’espressione delle potenzialità cognitive, affettive e relazionali del bambino, e non lo riduce a una funzione di mero sostegno alle famiglie nella cura dei più piccoli. A questa definizione normativa non fanno tuttavia seguito un investimento adeguato e una partecipazione diffusa alla formazione della primissima infanzia. L’Italia, infatti, presenta livelli molto bassi di inclusione dei bambini tra 0 e 2 anni nei servizi per l’infanzia. Soltanto il 13% dei bambini tra 0 e 2 anni hanno usufruito dei servizi per l’infanzia comunali. Se si comprendono anche i bambini di 3 anni e le strutture private, la quota arriva al 28,6%, un livello comunque inferiore all’obiettivo europeo di almeno un bambino su tre.”. In relazione a questa parte, ciò che conserva una connotazione positiva è l’alto tasso di inserimento nella scuola dell’infanzia o nel primo anno di scuola primaria (95%).

Se dunque è sicuramente dall’infanzia che si possono notare le prime avvisaglie della dispersione, è importante focalizzare l’attenzione alla fascia d’età che trasforma quel disagio in azione effettiva, ovvero le persone tra i 18 e i 24 anni: “L’indicatore che quantifica l’abbandono precoce del percorso di istruzione e formazione mostra un peggioramento: tra i giovani tra 18 e 24 anni, nel 2018, la quota di chi lascia gli studi senza aver raggiunto un titolo secondario superiore sale al 14,5%, con significative differenze regionali e per genere. Dal 2016 al 2018 aumenta di 1 punto percentuale (dall’11,3% al 12,3%) la quota di ragazze tra i 18 e i 24 anni senza diploma e non inserite in un percorso di formazione; un livello inferiore a quello dei ragazzi (16,5% nel 2018, contro il 16,1% del 2016). Negli ultimi due anni, la percentuale di giovani usciti precocemente dal percorso di formazione è aumentata di 1,6 punti percentuali al Nord (dal 10,6% al 12,2%), con incrementi di 4,1 punti in Veneto (dal 6,9% all’11%) e di 3,4 punti in Piemonte (dal 10,2% al 13,6%). Nel Mezzogiorno, la quota di abbandoni supera il 20% in Calabria (20,3% nel 2018 contro il 15,7% nel 2016) e in Sardegna (23% contro il 18,1%). Anche Sicilia (22,1%), Campania (18,5%), Puglia (17,5%) e Valle d’Aosta (15,2%) presentano una situazione più grave di quella della media nazionale.”.

Il 2018 si chiudeva dunque con una serie di importanti interrogativi che lasciano ben sperare in una forte presa di posizione istituzionale ai fini di contrastare il tasso di dispersone scolastica sul territorio italiano. Nel 2019 sono aumentate le persone con un diploma o una laurea, ma abbiamo assistito ad un ampliamento dei divari territoriali, che vede il Mezzogiorno costantemente svantaggiato. Da quel periodo il sistema educativo italiano viaggia con un carico pesante, che corrisponde ad una media regionale del 14,5% di persone in uscita dal sistema d’istruzione e formazione. 

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•  F. DAL PASSO & L. LAURENTI, La scuola italiana. Le riforme del sistema scolastico dal 1848 ad oggi, Novalogos Editore, 2017

•  https://www.istat.it/it/files//2019/12/2.pdf, p. 33
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https://www.istat.it/it/files//2019/12/2.pdf, p. 36
[Retrieved 06/05/2021]

Nell'immagine: wallpaper che riprende la copertina di "The dark side of the moon", Pink Floyd. 

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